ETTORE MILANO. Il ricordo di Pastonesi. Lunedì i funerali

| 22/10/2011 | 10:20
Ettore Milano era, con Carrea, il confidente, l'amico più vero del Campionissimo. Aveva 86 anni. Lascia la moglie Ada (figlia del mitico massaggiatore cieco Biagio Cavanna) e le figlie Laura e Silvia. I funerali lunedì alle 10.30 nella chiesa di S. Nicolò a Novi Ligure.

da «La Gazzetta dello Sport» del 22 ottobre 2011 a firma Marco Pastonesi

Non c'è più religione: muoiono anche gli angeli custodi. Ettore Milano era uno dei due angeli custodi di Fausto Coppi. L'altro è Sandrino Carrea. Ettore, classe 1925, sei anni meno di Fausto, l'angelo custode in camera, a letto (separati), a tavola. Sandrino, classe 1924, cinque anni meno di Fausto, l'angelo custode in corsa, in salita, sulle montagne. Ettore sorridente, sereno, pacifico. Sandrino burbero, effervescente, battagliero. Milano & Carrea: con quella intesa, con quella complicità, con quella complementarità, avrebbero potuto funzionare anche come ditta di traslochi, o di trasporti, o di prodotti agricoli. Invece: ciclismo. Nel senso più nobile del termine: gregari.

Corazziere Ettore era il quinto di sei figli. Papà Francesco, contadino a San Giuliano Nuovo, nell'Alessandrino, era conosciuto come «'l picìn», perché l'altezza non era il suo forte. Tutti i figli ereditarono il fisico dalla mamma, Rosa, sorella di un corazziere del re, ma il nomignolo dal padre: «d'l picìn», il figlio del piccolo. E «d'l picìn», anche quando da corridore assunse le dimensioni da marcantonio, era anche Ettore.
Da «'l picìn», Ettore era un monello a piede libero. Scaltro nel rubare la frutta, non come Pierino Zanelli, poi corridore anche lui, che il giorno in cui finalmente si avventurò in un campo a prelevare ciliegie, ci lasciò la carta d'identità. Ettore era innamorato di un cagnolino, un bastardino, Igor, che però — forse per troppa stima o affetto — legava a un carretto, la trasformava in biga e così si faceva portare in giro come Ben Hur. Il suo compare di birichinate era Giuseppe: eppure Giuseppe è diventato prete, anzi, parroco di Frugarolo, e lui addirittura angelo custode di Coppi.

Basco A Ettore la passione per la bicicletta piombò addosso quando suo fratello Cesare gliene regalò una. La vocazione per il ciclismo lo contagiò quando venne adocchiato da Biagio Cavanna, l'orbo di Novi, il maestro di Coppi, basco bastone sigaretta e occhiali scuri, uno che trasmetteva paura anche a moglie e figlia. La figlia era Ada. E Ada, due anni più di Ettore, c'è ancora: «La prima volta che lo vidi non ci feci caso. Ero fidanzata. Qualche mese e poi Ettore mi conquistò un po' perché era bello, anche se meno del mio fidanzato, un po' perché era interessante, e molto perché era bravo. Bravo, ma proprio bravo».
Bei tempi, a casa Cavanna. Ci vivevano tre famiglie e in più quattro o cinque corridori, in quello che oggi si potrebbe chiamare «college» e allora era soltanto «la ghinera», cioè un posto lurido, perché i corridori conoscevano il senso della fatica, ma non quello dell'ordine. Panni stesi in cortile, bagni nel mastello in cucina d'inverno, bagni nel mastello in cortile d'estate, derrate alimentari e gerle stracolme di pane.
«Andate, ragazzi — tuonava Biagio — in salita tirategli il collo, farà bene a voi e a lui». Lui era Fausto. Cui tutto era dovuto. Lui era il capitano, lui era il campione, lui era il campionissimo, lui era la maglia rosa, lui era la maglia gialla, lui era la maglia tricolore, lui era la maglia iridata. Lui era Fausto. Lui era Coppi.

Volpe Morto Serse, il fratello di Fausto — tanto serio Fausto, tanto «viveur» Serse —, Ettore prese il suo posto in camera e anche nel cuore. Ettore era l'unico capace di scardinare la cassaforte in cui Fausto proteggeva sentimenti ed emozioni, paure e malinconie. Sarà stato il dialetto, sarà stato il sorriso, sarà stata la parentela, perché in fondo Fausto era il figlio prediletto di Cavanna ed Ettore il figlio acquisito. Una sola vittoria in proprio, in volata, e due in compagnia, in cronosquadre, in tre tappe del Giro. Poi l'elegante Milano faceva alta assistenza, il rude Carrea generosa manovalanza. Milano presente alla partenza e fino a metà corsa, Carrea quando il gioco si faceva duro e i duri cominciavano a giocare. Milano incrociato con la volpe, Carrea con l'orso. Tutti e due artefici e testimoni della storia.

Antipapi Milano era uno di quelli che sapeva e non diceva: sapeva della Dama Bianca, e delle fughe e degli inseguimenti fuori dalla corsa. Milano era uno di quelli che eseguiva: prima della penultima tappa del Giro 1953, con una scusa fece togliere gli occhiali da sole a Hugo Koblet, scoprì che aveva le occhiaie, segno di una notte insonne, lo disse a Fausto, che lanciò un attacco epico sullo Stelvio e conquistò la maglia rosa. Milano era uno di quelli che se la godeva: in un giorno di riposo al Tour de France, accettò da Orio Vergani, inviato del «Corriere della Sera», un giro in carrozza ad Avignone e Vergani lo ammaliò con le storie degli antichi romani, dei papi e degli antipapi, delle stelle del cinema e delle celebrità del teatro. Milano era uno di quelli che c'era fino all'ultimo: fu lui ad andare a casa di Coppi, prendere gli abiti e portarli in ospedale per l'ultima tappa di Fausto, quella eterna, quella infinita.
Caro Ettore, è vero che non c'è più religione, ma ricordati che gli angeli custodi hanno sempre le ali.
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