Anche il 4 ottobre di un anno fa Emilien Jacquelin si era trovato in sella a una bici: tra una sessione sugli ski-roll e l’altra, il biatleta di Villard-de-Lans aveva infatti inserito, a poco meno di due mesi dal debutto stagionale in Coppa del Mondo, un’uscita da 72 chilometri e 989 metri di dislivello, un allenamento utile per mettere nelle gambe fatica e sforzi che poi sarebbero tornati comodi più avanti duranti i mesi di competizioni invernali.
365 giorni dopo, per uno strano gioco del destino, il quattro volte medagliato olimpico transalpino si è nuovamente trovato ad affrontare un altro impegno in sella, ma questa volta in tutt’altre vesti e di tutt’altra portata: da alfiere della Decathlon CMA CGM Development, l’oro della staffetta maschile a Milano-Cortina 2026 è stato chiamato a confrontarsi con i 166 chilometri e gli oltre 3000 metri di dislivello della Coppa Agostoni, la prima corsa professionistica in terra italiana della sua giovane carriera ciclistica.
Difficile per lui un anno fa, ma anche il 29 marzo scorso quando ha annunciato il momentaneo passaggio alle due ruote, immaginare uno scenario simile e trovarsi, in così poco tempo, a competere spalla a spalla con il campione del Mondo Brandon McNulty e vincitori di tappe nei Grandi Giri come Kaden Groves e Adam Yates, tutta gente che Jacquelin per anni, animato dalla forte passione che ha sempre avuto per il ciclismo, ha ammirato in televisione.
Nell’arco di qualche mese, invece, le cose per lui sono cambiate e, sulla spinta delle ultime Olimpiadi disputate ad Anterselva indossando l’orecchino di Marco Pantani prestatogli da mamma Tonina e papà Paolo, si è messo letteralmente a testa bassa a pedalare per dimostrare di valere il professionismo e quindi tramutare in realtà il suo sogno di gioventù.
Al momento, coi grandi del pedale il classe ’95 è arrivato a competere ma, nominalmente, manca ancora l’ultimo passaggio, ossia l’acquisizione ufficiale dello status da pro’ ottenibile approdando nel World Tour o in una formazione Professional, un’opportunità questa che i rumors di ciclomercato hanno dato come molto probabile dopo le sue recenti performance.
Di questo, del suo sbarco nel ciclismo di alto livello e delle sensazioni provate finora abbiamo parlato con il due volte campione del Mondo di biathlon nell’inseguimento al Trittico Lombardo.
Emilien, hai deciso di dedicarti totalmente al ciclismo il prossimo anno e mettere in standby la tua carriera nel biathlon: quanto è stata difficile questa scelta?
“Mi sembra ancora un po’ strano aver cambiato sport ma la decisione, in un certo senso, è stata semplice perché il ciclismo era un mio sogno e in questo momento della mia carriera da atleta, trovandomi in pace col biathlon, sentivo davvero che volevo provarci. Ora sto vivendo tutto ciò che, sia nel mio cuore che nella mia testa, speravo di vivere. Ne parlo ancora come un sogno, ma in fin dei conti il ciclismo ora è anche il mio presente per cui oggi devo pensare a dare il meglio”.
I tuoi compagni Della nazionale francese di biathlon, i tuoi allenatori Simon Fourcade e Siegfried Mazet e tutta la federazione come l’hanno presa?
“Molti sono rimasti sorpresi dal livello che ho espresso in corsa, dal fatto che sono riuscito a dare il massimo per la mia squadra e a disputare gare a tappe di quattro o cinque giorni rimanendo al top. Ovviamente gli manco come biatleta, ma so anche che, a volte, ero forse difficile da gestire come atleta, quindi, in un certo senso, forse sono anche sollevati che non sia più con loro”.
Dopo il tuo passaggio alla Decathlon e ancor di più in seguito alla tua decisione di correre anche il prossimo anno, hai avuto modo di sentire nuovamente Paolo e Tonina Pantani?
“Sì. Tonina sta seguendo ciò che sto facendo e ne è entusiasta. Cercherò sicuramente di rivedere sia lei che Paolo in futuro”.
Nel complesso, come sei stato accolto dal gruppo?
“Piuttosto bene. Molti ragazzi che ho incontrato al via delle gare a cui ho preso parte erano contenti di vedermi lì con loro. Il motivo? Diversi ciclisti seguono il biathlon, ma credo anche che molti siano rimasti sorpresi dal mio livello e dalle mie capacità. La maggior parte dei ragazzi, anzi credo il 100% di quelli con cui ho parlato, era entusiasta di quello che ho fatto. Ecco, il mio obiettivo è proprio essere uno di loro. Non voglio che qualcuno pensi «Oh cavolo, guarda con chi mi sto ritrovando a correre». No, ciò che voglio è poter far parte del gruppo e cercare di essere allo stesso livello di chi lo compone”.
Com’è stato il tuo processo di adattamento al ciclismo professionistico? Su qual aspetto hai lavorato maggiormente?
“Se guardo al lavoro che ho dovuto fare, è un processo che sicuramente mi è costato davvero molto. Nel biathlon ero abituato più a sforzi di tipo anaerobico, a spingere al massimo per 30 secondi e forse la mia soglia non era delle migliori. Adesso, dopo aver lavorato tanto sulla resistenza, ho una capacità di lavorare in soglia davvero buona, ma ho perso le mie qualità anaerobiche. Non potevo fare altrimenti comunque, perché per realizzare questo sogno questo era ciò che dovevo fare”.
Cosa ti ha sorpreso di più nelle gare che hai disputato finora?
“Ovviamente, dall’interno del gruppo, le corse sono qualcosa di completamente folle. Sapevo che a volte avrebbero potuto essere frenetiche, ma a volte è peggio di quanto immaginavo. In ogni caso, è stata una mia scelta lanciarmi in questo mondo quindi cerco di accettare ogni cosa per come viene e di dare il massimo. A prescindere da tutto però bisogna dire che c’è anche molto rispetto tra gli atleti e adoro questa atmosfera in cui tutti corriamo per un unico obiettivo”.
Non sappiamo ancora con chi gareggerai il prossimo anno: ci sono novità a riguardo?
“Non lo so nemmeno io. Sono in contatto con alcune squadre, fra cui anche la Decathlon ovviamente, ma al momento nulla è ancora stato deciso”.
Concludo chiedendoti quale altro biatleta, secondo te, avrebbe il motore e la mentalità per poter far bene a questo livello nel ciclismo?
“Forse Johan Olav Botn”.
Photo credit: Federico Guido-Tuttobiciweb
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