CODICE DELLA STRADA, LA PROPOSTA DI RIFORMA DIMENTICA LA BICI

POLITICA | 13/05/2019 | 07:48
di Silvano Antonelli

Dopo una lunga serie di audizioni, il Governo a fine aprile ha consegnato alla Commissione Trasporti della Camera la sua proposta di riforma del codice della strada affinché possa essere esaminata, discussa e alla fine votata per il suo inoltro alla Camera, probabilmente entro maggio, dove prima o dopo questa benedetta riforma potrebbe trovare il suo varo definitivo.


Il condizionale è d’obbligo, perché di questa riforma se ne parla ufficialmente dal 10 ottobre del 2014 quando la Camera approva le linee guida ed il progetto di legge che conferisce al Governo la delega per la riforma del codice della strada.


Un ritardo pauroso, che fa a pugni con ogni seria intenzione di maggiore sicurezza stradale, seppure ogni tanto interrotto da modifiche “spizzichi e bocconi” su singole questioni, spesso legate all’emotività di fatti tragici, a cui la politica sente spesso il bisogno di dare risposte urgenti a costo di norme irrazionali, parziali o di difficile applicazione.

Negli ultimi anni, il mondo della bici e quello sportivo ad esso legato, si è caratterizzato per una serie innumerevole di iniziative  per la sicurezza dei ciclisti: proposte normative, modifiche di legge, convegni, tavole rotonde, impegno delle varie fondazioni, iniziative editoriali e quant’altro al riguardo si possa citare.

Una presa di coscienza, uno scatto di volontà e di autodeterminazione, un argine culturale alla deriva della rassegnazione, che in molti casi, come nelle competizioni e nelle granfondo, ha spinto gli organizzatori a traguardi di maggiore consapevolezza e responsabilità,  con livelli di sicurezza non ancora del tutto adeguati ma comunque crescenti.

Nel frattempo, singoli protagonisti di queste iniziative e proposte sulla sicurezza, hanno avuto anche il privilegio di essere  ascoltati in audizione dalla Commissione Trasporti della Camera o di avere pubblicamente incontrato rappresentanti del Governo e delle istituzioni, con sottolineature piuttosto positive per le cose dette o gl’impegni presi.

Poi arriva la proposta dell’attuale Governo e uno s’immagina che finalmente anche per le bici sarà aria di riforma, che davvero ci saranno novità per la tutela del ciclismo e dei ciclisti in genere, dove per questi ultimi fanno effetto 254 morti all’anno, uno ogni 32 ore.

Uno si prende il documento in mano, lo legge, poi lo rilegge, si accerta che non gli sia stato inviato quello sbagliato, ma niente da fare, é proprio vero: per i ciclisti non c’è nulla di quel che abbiamo atteso e ci siamo impegnati per anni. Proprio nulla!

Niente che riguardi l’Art.9 e quindi l’ipotesi di dare più poteri alle scorte tecniche o di semplificare le procedure per autorizzazioni ed ordinanze delle gare ciclistiche.

Niente per i ciclisti in allenamento: quelli giovani per poterli proteggere con veicoli opportunamente equipaggiati; niente per quelli adulti evitando per loro l’obbligo di transitare nelle piste ciclabili quando presenti, oppure di poter viaggiare per file parallele piuttosto che su unica fila; nessuna deroga all’ equipaggiamento delle bici da corsa (teniamoci l’obbligo del campanello!), oppure, di converso, nessun obbligo di rendersi visibili con luci o abbigliamento fluorescente in ore diurne; niente obbligo del casco per nessuno, neppure per gli under 14; niente distanze minime nel sorpasso dei ciclisti; nessuna campagna “progresso” per la difesa dei ciclisti e la tutela delle gare su strada

Un perfetto festival del nulla!

L’unica cosa buona fatta è quella non fatta rinunciando all’idea che i ciclisti in area urbana possano andare controsenso nelle strade a senso unico. Anche se, qualche genialata è stata comunque inserita come la possibilità di far circolare i ciclisti nelle corsie urbane preferenziali (ovviamente fino al primo caso di rider spiccicatosi sotto ad un taxi o un tram), oppure, la “casa avanzata”, un azzardato spazio riservato ai ciclisti che nelle intersezioni con semaforo potranno superare la fila dei veicoli fermi per andarsi a posizionare davanti a questi in attesa del verde. Niente di più che un invito ad essere tamponati perché è normale che i ciclisti, specie quelli anziani, abbiano una spinta “propulsiva” di gran lunga inferiore a quella degli autoveicoli.
Insomma, lo stato dell’arte è questo: tra qualche settimana il Parlamento verrà impegnato a discutere ed approvare una riforma del codice della strada sulla base di un testo governativo dove per i ciclisti non c’è nulla di migliorativo e quel poco di nuovo che c’è probabilmente porterà al peggio.

Ognuno di noi, ciascuno con la propria sensibilità politica, civica e sportiva, potrà sentirsi più o meno preso in giro, oppure fiducioso che nel corso del sempre imprevedibile iter parlamentare, qualcosa di buono venga recuperato.

Una cosa però è certa: chi per la bici e nel ciclismo si è impegnato davvero per ottenere più sicurezza, non merita tutto questo.

Non merita l’ipocrisia di quei politici che ti ascoltano fingendo di ascoltarti, di quelli che pensano il codice della strada sia per chi ti vota e non per tutti, che l’inerzia ed il tempo perso non incida sul numero dei morti, che la razionalità, la competenza e la lungimiranza non siano ancora  valori essenziali nell’esercizio dei pubblici poteri. Non merita che, chi di competenza, non abbia sentito ancora oggi il dovere di predisporre una sintesi vera delle tante proposte salva ciclisti e salva ciclismo fino ad oggi elaborate, e su questa mettere tutta la propria autorevolezza, peso politico e determinazione, per unitariamente battersi, insieme ai propri associati, al fine di ottenere dal Parlamento una riforma del codice della strada degna di questo nome.

Nonostante ci sia tanto per essere scoraggiati, non c’è ancora tutto per sentirsi abbattuti.

Facciamo in modo che qualcosa accada, prima che ne accada una davvero antipatica: che si finisca col fare iniziative sulla sicurezza per trovare spazi essenzialmente per se stessi, per le singole sigle,  per le singole parti, per i singoli interessi, senza spendersi efficacemente perché questo porti a risultati concreti.

Qua e là scorgo l’insorgere di questo rischio associato ad una tendenza a trattare gli stessi temi, gli stessi punti e le stesse proposte, solo cambiando sedi e personaggi.

Talvolta temo che la sicurezza, da preoccupazione vera e da impegno propositivo autentico, possa per alcuni diventare un tema di narrazione.

Per giungere al traguardo a cui tutti diciamo di voler arrivare, male non farebbe ricontrollare anche quello che stiamo facendo e per cosa lo stiamo facendo!




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