Fermate le bici, voglio scendere

| 27/07/2007 | 00:00
È il momento della safety-car. Come nelle gare di Formula uno: quando in pista succede il finimondo e il percorso è invaso dai rottami, i giudici mandano una berlina davanti ai piloti e li costringono a sospendere le ostilità. Corsa congelata, in attesa di ristabilire i requisiti minimi di affidabilità e di sicurezza. Inutile insistere: serve qualcosa di simile anche al ciclismo. Una sospensione, una pausa, uno stop. Da dieci anni si corre tra i rottami, ma il delirio che sta emergendo dal Tour - per non dimenticare: quello presentato come il Tour della pulizia - oltrepassa brutalmente gli estremi limiti dell'umana sopportazione. Così non si può continuare. Nessun teatro dell'assurdo è mai riuscito a scodellare rappresentazioni tanto assurde. Il ciclismo sta toccando vertici inimmaginabili. Con un risultato straordinario: questa antica pratica sportiva, che qualunque medico consiglia a bambini e anziani, a puerpere e trapiantati, si presenta ormai come la disciplina più malsana e tossica del panorama umano. Basta chiedere in giro. Il ciclismo? Lo sport dei drogati. E dei bugiardi. Chiunque, anche il più disinformato degli orecchianti, si è costruito una convinzione assoluta: non si può correre un Giro o un Tour senza doping. Le deflagranti notizie di cronaca sono lì a dimostrarlo: si dopa il capitano Vinokourov per vincere, si dopa il manovale Moreni per arrivare sessantesimo. Inutile adesso star qui a dire come mille studi scientifici e mille preparatori seri confermino il contrario, e cioè come si possa correre senza aver dietro una casa farmaceutica e uno stuolo di praticoni: non è più il momento di distinguere, chiarire, specificare. È il momento di prendersi una pausa. Per quanto? Almeno per i mesi che restano da qui alla fine del terrificante 2007. Certo, l'insaziabile megalomania dei francesi cercherà già domenica di spacciarci l'arrivo a Parigi come la solita, trionfale sfilata degli eroi sotto l'Arco di Trionfo. Ma con che faccia. Con che fegato. Con che stomaco. Dietro allo sbocco di grandeur, tutti quanti i sani di mente vedranno una sola cosa: squallore. No, duole dirlo, ma è meglio oscurare. Come usava una volta sui teleschermi: ci scusiamo per l'interruzione, la trasmissione riprenderà non appena possibile. Bisogna usarla bene, questa pausa. Dato per scontato che furbastri e lestofanti hanno una parte stabile in qualunque ramo della vita, quanto meno va alzato un argine solido e massiccio. Durissimo. Punto uno: radiazione per chi sbaglia. Due anni di squalifica, come adesso, sono ridicoli. Un ragazzo parte già convinto che il doping sia un ottimo investimento sul futuro perché con una bella dose di chimica può vincere qualche gara e firmare il contratto della vita. Una volta sistemato, il peggio che possa capitargli è una vacanza di due anni: sai che tragedia. No, non esiste: il ciclista di domani deve sapere che al primo errore diventa automatico cercarsi un altro mestiere. Se lo trova. Poi il punto due: poche regole, uguali in tutti i Paesi. Basta con codici etici, autocertificazioni, mediazioni sottobanco. E basta con questa intollerabile porcheria della giustizia a due velocità, con luoghi come Italia, Germania, Olanda, Francia che fanno sanguinose pulizie e altri allegri Eldorado, come la Spagna, dove i dopati vivono felici allo stato brado. L'Europa è unita su tutto, bisognerà che si unisca al più presto anche sul doping. Ovviamente non si può lasciare in mano la materia agli impiastri che hanno governato sinora: diventa irrinunciabile un organo autonomo e superiore, che sottragga il faldone delle regole e delle pene alle torbide manovre dei sensali e dei bottegai. Si riuscirà a fare questo, dietro la safety-car del ciclismo? Ogni più cupo pessimismo è giustificato: se non l'hanno fatto finora, difficile pensare che improvvisamente i padroni della pedivella diventino riformatori illuminati. Purtroppo, è più facile immaginare che continueranno a non capire. Un giorno, così, si ritroveranno tutti in coda al funerale. Dentro al feretro, la leggenda gloriosa di uno sport defunto. Cristiano Gatti da Il Giornale del 27 luglio 2007
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