Santuccione: la medicina non cambia i valori in campo

| 27/07/2007 | 00:00
È in vacanza per qualche giorno, con la moglie, sua cognata e suo cognato. Si è isolato dal mondo, soprattutto da quello sportivo. Niente giornali, niente televisione, niente Tour: dopo tanti anni. "Ho chiuso con lo sport e soprattutto con il ciclismo, lasciatemi in pace, non ho l’umore giusto per parlare di certe cose". Carlo Santuccione, l’"uomo nero" dello sport italiano, la figura centrale di tutta l’inchiesta "Oil for drug", quella che ha portato alla squalifica di due anni l’astista Giuseppe Gibilisco e ha risucchiato nell’occhio del ciclone anche Danilo Di Luca (in attesa di giudizio dalla Procura antidoping del Coni), vive da esiliato il suo momento più duro e difficile. Che idea si è fatto del ciclismo? "Vogliono vederlo morto...". E perché mai? "Non lo so, questo proprio non riesco a capirlo, non so chi possa voler così male a questo sport stupendo. Io so solo che a questo sport io ho dato l’anima, senza ricevere nulla in cambio. Ho sempre fatto tutto per passione, ho amato questo sport in maniera viscerale. Da ragazzo ho corso nelle categorie giovanili e ho praticato il ciclismo fino a quattro-cinque anni fa, da amante dello sport. Ad ottobre compio 60 anni e da sempre seguo il ciclismo. Ho fatto l’organizzatore, il presidente di società, ho promosso il ciclismo e lo sport in genere nel mio paese, Ceppagatti (Pescara): ho fatto tanto e chi mi conosce sa che persona sono e quale sia la mia moralità. Adesso devo riuscire nell’impresa più difficile e ardua: far smettere i miei due figli di correre in bicicletta. E dire che li avevo avviati a questa pratica perché credevo in questo sport come formazione, come scuola di vita: mi hanno ucciso un sogno". Lei è sempre stato un medico sportivo? "Oggi non lo sono più. Da quando sono finito nell’occhio del ciclone e mi hanno fatto passare per il male di tutti i mali sono stato allontanato. Io ho lavorato per quindici anni all’ospedale di Penne (Pescara) come chirurgo e poi sono passato a fare il medico di base: le mie soddisfazioni le ho ancora". Lotta dura al doping o liberalizzazione? "Lotta durissima al doping, su questo non ho dubbi. È anche vero però che ai ragazzi si devono dire le cose in maniera corretta. Fin quando i media raccontano che si vince solo e soltanto se ci si dopa, allora la partita è persa già in partenza, perché è l’informazione ad essere dopata. Ai ragazzi bisogna dire che fare sport in maniera pulita si può e un grande campione è un grande campione perché lo è fin dalla nascita e può solo migliorare con il lavoro e il sacrificio. La medicina non fa miracoli, e chi lo scrive fa propaganda al doping". Lei si sente un perseguitato? "Io mi sento ingiustamente accusato, questo sì". Le dispiace che in questa vicenda ci sia finito anche Di Luca? "Non tocchiamo l’argomento Danilo che per me è come un figlio. L’hanno allontanato da me perché gli hanno lavato il cervello, hanno fatto di tutto per allontanarlo da me. Dal punto di vista umano la cosa mi ha addolorato, perché io lo conosco fin da piccino, ma capisco perfettamente: la situazione era diventata insostenibile. Ma una cosa vorrei dirla: Danilo Di Luca è sempre stato un campione. Ha sempre vinto tutto, fin da piccino, in tutte le categorie. Gli allocchi vogliono far credere che la medicina abbia poteri immensi. Io ritengo che solo il lavoro e i buoni geni facciano la differenza. Pantani era un campione, così come Armstrong. La medicina crea dopati, i campioni sono un’altra cosa". Lei crede nella giustizia? "Sì, nonostante tutto ci credo ancora. La verità verrà a galla. Io sto lottando per questo". Pier Augusto Stagi da Il Giornale del 27 luglio
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