DA TUTTOBICI. Botta&risposta con Gianluca Maggiore

| 02/04/2012 | 09:14
Come ti presenteresti?
«Sono un corridore da più di vent’anni, un passista veloce con la “paz­zia” da sprinter. Un tipo tranquillo, che all’apparenza risulta più ag­gressivo di quello che è in realtà. Molti colleghi mi hanno confidato che all’inizio sembro po­co socievole, ma quando mi conoscono cambiano idea».
Da dove arrivi?
«Fino a cinque anni fa vivevo a Santa Maggiore, vicino a Napoli, ma da di­lettante ho corso in To­scana quindi ho passato tanto tem­po lon­tano da casa. Ora vivo in provincia di Modena con mamma An­na e i miei tre fratelli: Gennaro, il più grande, il mio gemello Die­go, che mi segue molto per quanto ri­guar­da la mia professione, e Fran­cesco, che è più piccolo di me ma solo per l’età visto che in altezza e peso mi batte alla grande. Ho an­che una sorella, Rosa, che è sposata e vive a Napoli».
Papà?
«Papà Salvatore non è più con noi dal 2008, la sua scomparsa mi ha segnato moltissimo. Era il mio pri­mo tifoso: quando è mancato, mam­ma mi ha fatto giurare che non avrei smesso di pedalare perché vedermi in bici era il suo so­gno. Io ho promesso a me stesso e a lui che avrei raggiunto un contratto da professionista e qualche vittoria tra i big. La prima promessa l’ho mantenuta, per la seconda ci sto lavorando».
Campania, Emilia, To­scana.
«Ho sempre la valigia pronta! Non sono mai fermo: non solo per la bici, visto che la mia ragazza Elisa Mag­gi­ni è toscana. Anche lei è nel mon­do delle due ruote: ex atleta Elite ora è ds del team femminile Vaiano».
A parte andare in bici, che fai nella vita?
«Come detto sono un tipo tranquillo quindi alla discoteca preferisco una cena con gli amici e un po’ di tempo con la mia ragazza. Non ho hobby particolari, ma se­guo praticamente tutti gli sport».
A scuola come andavi?
«Purtroppo non sono andato oltre le scuole dell’obbligo. A 15 anni, pur sapendo di fare un errore, tra la bi­ci e i libri ho scelto ciò che mi pia­ceva di più. I ritiri lontano da casa e le gare in gi­ro per l’Italia mi impegnavano pa­recchio. Sono felice di aver scelto il ciclismo, ma mi rendo conto che proseguire con gli studi sarebbe stato importante».
Come hai scoperto il ciclismo?
«Grazie a Carmine Setola, un vicino di casa che aveva una squadra di giovanissimi. Ha aspettato che i miei fratelli ed io avessimo l’età giusta per correre, ha suonato il campanello di casa e ci ha proposto di andare in bici. Mi ricordo ancora bene quando mamma gli disse: “Pas­si stasera per parlare con mio marito”.  E pa­pà disse: “La scelta spetta ai bam­bini”. All’epoca avevo 6 an­ni, se ho iniziato a pedalare è perché mi ha convinto il mio ge­mello dicendo che ci saremmo di­vertiti con gli altri bambini. Aveva ragione! Diego ha corso fino al pri­mo anno da dilettante, per me il ciclismo fino alla categoria junior è stato un gioco, poi da Under è iniziato ad essere quasi un lavoro».
Ricordi la tua prima gara?
«Non potrebbe essere altrimenti visto che in famiglia la ricordano tutti. Ero G1: partito con tanta vo­glia di far bene, non riuscii ad infilare le scarpette nelle gabbiette quindi inseguii per tutta la corsa gli altri bambini piangendo a di­rotto. Già dalla domenica dopo per fortuna è arrivato qualche ri­sultato, dopo un anno anche la pri­ma vittoria».
Se non fossi diventato ciclista cos’altro ti sarebbe piaciuto fare?
«Da piccolo desideravo diventare geometra, a quasi 27 anni continuo a pensare che sia una professione niente male».
Oggi cos’è per te il ciclismo?
«Il lavoro che senza una grande passione non riuscirei a svolgere con piacere. Cor­re­re in bici richiede tanti sacrifici».
Come sei arrivato al professionismo?
«La mia gavetta è stata molto lunga, ho trascorso sette an­ni tra i dilettanti. La prima vittoria è ar­ri­vata so­lo al terzo an­no da Under perché correvo al­l’arrembaggio, all’at­tacco, senza tattica. Dopo quattro anni in To­sca­na mi so­no trasferito in Lombardia: una stagione alla Pa­gnon­cel­li, due alla Ca­sati».
Che corridore sei?
«Il classico gregario, che dà più per gli altri che per se stesso e viene ap­prez­zato per la generosità. Mi sono ritagliato un ruolo che mi riesce bene e che mi viene spontaneo, non c’è bisogno che qualcuno mi dica di aiutare e lavorare. Se c’è un compagno più in forma o più adatto a una corsa di me, mi metto volentieri a sua di­sposizione, come accaduto a Do­no­ratico con Filip­po Baggio: credo nella squadra e nei favori reciproci. Sono una garanzia per il team, lavoro e se ho l’occasione per giocarmi le mie carte non la spreco».
Come valuti il tuo primo anno tra i professionisti?
«La scorsa stagione in maglia De Rosa è stata du­ra, ma positiva. Ero preparato a prendere delle “bastonate”, ma solo in gara ho capito quanto si viaggia nella massima categoria. Non è andata male, ho lavorato per la squadra e ho centrato qualche piccolo piazzamento ma, per come sono, so che si può sempre fare di più».
Dal 2012 cosa ti aspetti?
«Spero di correre il più possibile, ma il programma della Utensil­nord Named in attesa di altri inviti non è ancora definito. Spe­ro di disputare gare adatte alle mie ca­ratteristiche e se arrivasse qualche risultato sa­rei felicissimo. Guar­dando agli anni prossimi mi piacerebbe provare le corse del Nord, che finora ho visto solo in tv».
Da dilettante sei stato compagno di squadra di Guar­dini, ti piacerebbe tornare a correre con lui?
«Mai dire mai. Abbiamo mantenuto un ottimo rapporto e ci sentiamo spesso. Lui è uno di quelli a cui non piacevo, ma che ha scoperto che posso essere un amico e un compagno affidabile. Per ora sono felice di essere in squadra per il quinto anno di fila con Federico Rocchetti, con il quale in corsa ci capiamo senza parlare».
Cosa ti auguri per il futuro?
«Che il ciclismo sia la mia professione il più a lungo possibile».

da tuttoBICI di marzo a firma di Giulia De Maio
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