di Giulia De Maio
Nel finale della Ronde Alberto Bettiol resta da solo, come dev’essere ogni ciclista quando si fa campione. Nella vita il leoncino delle Fiandre invece è tutt’altro che un uomo solo al comando visto che, con lungimiranza, si è contornato di un gruppo fidato su cui sapeva di poter contare anche prima che la sua carriera svoltasse domenica 7 aprile 2019.
Oltre alla famiglia, alla fidanzata Giulia e agli amici di sempre, da quando a 20 anni è passato professionista ha voluto al suo fianco un manager e un tecnico di cui si fida ciecamente. Con loro riviviamo il suo giorno più bello. Fino ad ora.
Partiamo dal procuratore di lungo corso Mauro Battaglini che, nonostante le vittorie conquistate dai campioni della sua scuderia siano numerosissime, guardando il Giro delle Fiandre in tv ha messo a dura prova il lavoro del cardiologo che a settembre lo ha rimesso in piedi. Ha intercettato Alberto fin da ragazzino ed è stato lui a portarlo alla Liquigas, squadra con la quale debuttò tra i professionisti nel 2014.
Come hai conosciuto Alberto?
«Ne avevo sentito parlare molto bene perché da junior aveva vinto il Giro della Lunigiana e il Campionato Europeo a cronometro. Tra gli Under 23 correva con Balducci, mio ex corridore e amico, che me lo ha presentato a fine stagione del suo primo anno tra i dilettanti al Trofeo Del Rosso a Montecatini. Altri procuratori gli avevano proposto di firmare dei contratti con loro, io semplicemente gli dissi: “quando avrò un buon contratto con una buona squadra da offrirti ti verrò a cercare”. A metà dell’anno successivo parlai di lui a Roberto Amadio che si è fidato di me, così l’ho richiamato. Pochi giorni dopo ero a casa sua a proporgli di venire con me alla Liquigas».
Che impressione ti ha fatto?
«Ho subito capito che era un ragazzo determinato, con le idee chiare. Già all’epoca, che non aveva alcuna esperienza del mondo dei professionisti, tanto oggi se gli dici qualcosa non la prende per buona e basta, ci ragiona sopra e se qualcosa non gli torna o non è fatta come vuole te lo dice chiaramente, si impunta. Ha molto carattere, in questo mi ricorda Mario Cipollini, al fianco del quale sono stato nel corso di tutta la sua carriera. Per esempio, quando siamo andati alla Cannondale io volevo farlo firmare solo per un anno con il gruppo americano, mentre lui ha preteso un contratto per due stagioni per avere maggiore tranquillità. Sentiva che aveva bisogno di metabolizzare il salto. L’impatto è stato difficile, voleva più tempo, tutto sommato aveva ragione lui. Ha la sua testa e la fa funzionare. Da tipi così c’è da imparare, non solo da insegnare».
È passato professionista giovanissimo invece di collezionare anni e vittorie tra i dilettanti. È stato un bene?
«Abbiamo scelto appositamente una squadra che non lo spremesse, è stato un percorso voluto. I primi due anni da prof noi li consideriamo come se fosse stato ancora tra gli Under 23, ma il confronto con i big del World Tour è stato un valore aggiunto. Ha girato il mondo, conosciuto l’ambiente, imparato a fare il corridore, ha fatto esperienze nelle corse più importanti. Tra di noi diciamo sempre che è come se fosse prof solo da tre anni, consideriamo i primi due di apprendistato. L’essere passato in sordina e non essere stato troppo considerato forse ha rappresentato la sua fortuna. La squadra ha avuto un ruolo importante, gli ha permesso subito di fare attività di un certo tipo. Ha iniziato in Australia, lo ha forgiato, ma tenendolo a freno. Amadio prima e Vaughters dopo lo hanno fatto crescere senza mettergli pressione o affidargli grandi responsabilità prima del dovuto».
Si è scelto le persone che ha intorno. È molto legato alla sua Toscana.
«Il preparatore è un mio ex corridore e amico, sapevo che aveva bisogno di uno che lo stimolasse, lo punzecchiasse, gli rompesse le scatole ogni giorno. Gliel’ho presentato io, Leo (Leonardo Piepoli, ndr) è bravo nel suo lavoro e ha le caratteristiche per valorizzare un corridore come lui, stimolo dipendente. Per intenderci, il giorno dopo la vittoria del Fiandre gli ha scritto un sms che recitava: “La tua carriera comincia adesso. Puoi vivere i prossimi dieci anni di gloria riflessa o diventare un vero corridore. La scelta è solo tua”. Ci aspettavamo da tempo che sbocciasse, eravamo certi che avrebbe ottenuto risultati importanti. Vincere il Fiandre in quel modo è stato qualcosa di eccezionale. Negli ultimi 10 chilometri ho provato una forte emozione. Quando l’ho visto il giorno dopo la corsa ci siamo semplicemente abbracciati, non dovevamo dirci chissà che cosa perché ci aspettavamo questa vittoria. Non è capitata così all’improvviso, era nelle previsioni, come altre giornate che verranno. Siamo solo all’inizio. Sappiamo quanto lavoro c’è dietro e quanto vale il suo motore, le sue caratteristiche, per le corse che ha vinto e come le ha vinte fin da ragazzino, quando era impegnato con la scuola e senza allenarsi tanto dimostrava già grosse doti. Deve continuare a metterle a frutto».
Cosa cambia ora?
«Avrò più da lavorare ma lo farò con grande piacere. Dopo aver gestito tanti campioni di alto livello, ormai sono allenato (sorride, ndr). Avere a che fare con dei talenti come lui è bello, mi ringiovanisce. Lavoro in questo mondo da una vita, prima da direttore sportivo e poi da manager, ma ho la stessa voglia del primo giorno. Voglio bene a questi ragazzi, la soddisfazione che provo è la loro. Fare il corridore è sempre stato un mestiere difficile, oggi lo è ancora di più perché ci sono mille distrazioni. Quando vincono sono contento per loro, per le loro famiglie, per chi ci lavora insieme e fa sacrifici con loro come mogli e fidanzate. D’ora in poi mi aspetto che Alberto faccia parte di quei 10-15 corridori là davanti in tutte le corse. La sua dimensione è questa, è uno di quelli buoni, non ci sono storie».
È un ragazzo in gamba e corre con stile, ci sono marchi che lo vogliono?
«Alberto ha un contratto anche per il 2020 con la EF, non è sul mercato, e poi non ci illudiamo, il ciclismo non dà spazi di manovra. A parte qualche grosso nome straniero ti sfido a trovare corridori che abbiano pubblicità personali. Il ciclista cede totalmente la propria immagine alla squadra. Dal casco alle scarpe, passando per gli occhiali, il computer, la macchinetta del caffè... Di spazi liberi ne restano ben pochi. O entri nel mondo della tv, come fece Cipollini ai suoi tempi, ma da allora anche quel mondo si è ristretto. È sul contratto che si deve lavorare, al momento giusto, quando la società avrà stilato il budget per le stagioni a venire».
Alla BMC si era fatto la nomea di essere un pigro con poca voglia di “fare la vita”.
«Questa è la prima cosa che si dice quando ci si aspetta che un giovane ottenga risultati. Mi ripeto: i primi due anni gli sono serviti per maturare, arrivava da un mondo totalmente diverso, gli mancava l’esperienza internazionale ad alti livelli, dopodiché mi pare che abbia tutt’altro che deluso. A 23 anni al mondiale di Bergen andò fortissimo così come al Tour de France e al Giro di Polonia 2017. Il 2018 è stato da dimenticare a causa degli infortuni in cui è incappato. È arrivato al momento giusto. Ha 10 anni davanti a sé per fare tutto quello che vuole. Alberto è un corridore moderno, può vincere corse di quasi tutti i tipi, perché no una Roubaix, una Liegi e, tra un paio d’anni, con 2 chili ancora in meno, anche un Lombardia».
Quanto è cambiato il ciclismo da quando hai iniziato a fare il procuratore negli anni Ottanta?
«È un altro mondo, è cambiato tutto. Dalla tecnologia alla comunicazione, una volta non c’erano i freni a disco né i social. Si cura il dettaglio nella preparazione come nell’alimentazione. È mutato il rapporto tra atleta e squadra, una volta c’era un direttore e parlavi con lui ora ce ne sono otto e si confrontano via mail. Ci sono uffici stampa e responsabili marketing. Prima gli atleti avevano due mesi di tempo libero, ora se va bene hanno 10 giorni d’inverno e appena finita la vacanza si riprende. Ogni anno vanno più forte, il motivo è solo uno: si allenano e corrono sempre di più».
Ora che ha rotto il ghiaccio, cosa gli auguri?
«Come a tutti la salute, il resto un corridore deve mettercelo lui. A lui non manca nulla. Se un atleta, al di là della struttura che ha intorno, arriva a certi traguardi il merito fondamentalmente è suo. Vuol dire che ci ha messo cuore, anima, fatica, sacrifici, sudore, sofferenza, ed è giusto che venga ripagato».