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IL SITO DI RIFERIMENTO DEL CICLISMO ITALIANO
Numero 9 - Anno 2014
 
De Marchi, il camaleonte
di Giulia De Maio

Il camaleonte è un rettile squamato appartenente al sotto ordine dei Sauri. È contraddistinto da nu­merosi elementi peculiari: la lun­ga lingua retrattile e appiccicosa con cui cattura gli insetti, i grandi occhi che pos­sono ruotare l’uno indipendentemente dall’altro e la capacità di mutare colore. Quest’ultima qualità affascina così tanto Alessandro De Marchi, che ha scelto di griffare la sua Cannondale disegnandovi sopra quest’animale dalle mille facce. «Mi identifico in un camaleonte perché sono un corridore che si adatta con facilità a più situazioni e terreni, mi “mimetizzo” alla grande in ba­se alle esigenze della squadra» spiega il friulano che ha avuto l’onore di salire sul podio di Parigi nella splendida cornice degli Champs-Élysées per ricevere il premio di super combattivo dell’edizione 101 del Tour de France e in questi giorni è impegnato alla Vuelta a Espa­ña. Il rosso di Buja, appassionato di moto e con un debole per la birra Wei­zen, dopo essersi aggiudicato l’ambito e prestigioso numero rosso, è pronto a mutare pelle e a vestirsi di azzurro per un finale di stagione in cui vuole essere ancora protagonista.
Dopo il Tour cosa hai fatto?
«Ho dovuto affrontare un nuovo tour di festeggiamenti (sorride, ndr). Quan­do sono tornato a casa (da qualche tem­po vive da solo ad Artegna, ndr) ho ri­trovato un paese in delirio, che mi ha dedicato una festa in piazza a Buja. Le tre tappe in più di festeggiamenti mi hanno lasciato senza parole, il grande affetto con cui sono stato abbracciato al ritorno dalla Francia mi ha sorpreso e inorgoglito. Sono felice delle at­tenzioni che mi hanno riservato un po’ tutti, ma io resto quello che sono: un buon corridore che spera un giorno di arrivare a vincere finalmente una bella tappa al Tour. Dopo aver disputato San Sebastian ho cercato quindi di ricaricare le pile. Sono andato in altura a Li­vi­gno con Alex Buttazzoni del GS Fiam­me Azzurre, amico e compagno fondamentale per staccare la spina. Pe­da­lando e divertendoci ho recuperare le forze fisiche e mentali per ripartire al meglio».
Cosa ti aspetti dalla Vuelta?
«Voglio ovviamente arrivare alla fine, terminare con onore le tre settimane in programma. Sono partito tranquillo, avevo bisogno di riprendere il ritmo gara senza forzare troppo i primi giorni ma ora il menù che mi aspetta sarà sempre il solito. Devo aiutare Peter (Sagan, ndr) che è in Spagna per preparare il mondiale, Damiano Caruso che è la nostra punta per la classifica e cercare un po’ di gloria andando in fuga da lontano».
Le tue ambizioni per il finale di stagione?
«Beh, la Vuelta insieme al Lombardia rappresentano il mio finale di stagione (sorride, ndr). Dopo la Classica delle fo­glie morte per il 2014 chiuderò i battenti».
Non ti stai dimenticando qualcosa? Il ct Cas­sa­ni ti ha messo tra i papabili per Ponferrada.
«Al Campionato del Mondo ci penso, come tutti in gruppo. Se Davide mi convocherà sarò pronto. È quasi scontato che mi farebbe molto piacere vestire la maglia azzurra, in questo momento di ricambio del gruppo della nazionale entrarci alla prima occasione sa­rebbe fantastico, ma tutto sta nell’avere gambe a fine Vuelta. Per questo sto dosando le forze, per averle al momento giusto. Sono felice per le parole che il CT ha speso per me, è sempre stato molto gentile nei miei confronti. Se mi darà l’occasione di correre ovviamente cercherò di approfittarne. Davide mi ha detto “se puoi, fatti trovare pronto” quindi ho lavorato anche in quest’ottica, per andare forte nell’ultima settimana della Vuelta. Mi ha dimostrato il suo interessamento, la sua idea è di portarmi a Ponferrada per sbrigare il lavoro sporco, ne sarei più che felice. Far parte della nazionale sarebbe la ciliegina sulla torta di una stagione quasi perfetta».
A chi devi dire grazie per dove sei arrivato?
«A tante persone, soprattutto a Ro­berto Bressan, presidente del Team Friuli, in cui sono cresciuto. Se non ci fosse stato lui io mi sarei perso. Mi ha dato metodo. È grazie a lui che ho scoperto la pista: una disciplina che mi ha permesso di farmi notare e accrescere la mia autostima. Poi sempre grazie a lui sono arrivato alla Androni di Gian­ni Savio, altra persona alla quale devo solo dire grazie. Lo stesso vale per il preparatore Cristiano Valoppi, in quegli anni tecnico delle Fiamme Azzurre e adesso tecnico della nazionale argentina. Una menzione doverosa la merita ovviamente anche la mia famiglia: mamma Enrica, papà Renzo, mio fratello minore Francesco. Ho iniziato a correre da G1 quando, dopo aver partecipato a una gimkana promozionale organizzata a scuola, mi sono innamorato delle due ruote e senza di loro non sarei andato lontano. Prima corsa nella massima categoria? La Parigi-Bru­xel­les, come stagista nel 2010. Sai come è andata a finire? Ero in fuga e mi hanno ripreso a 20 km. Come vedi è il mio destino».
È ormai ufficiale il tuo passaggio alla BMC per il 2015. Non dovevi andare all’Astana?
«Eh, a voi giornalisti piace scrivere di mercato anche quando non c’è nulla di certo (sorride, ndr). C’è stato un gran parlare durante il Tour a questo proposito perché l’Astana era sotto i riflettori dei me­dia e tutto è stato molto amplificato. Ho avuto qualche contatto con la squadra kazaka ma la trattativa non è andata a buon fine. Con la BMC in­vece l’operazione è andata in porto. Sono contento perché gli italiani che sono già in organico nel team statunitense mi han­no parlato bene della squadra, che ha una struttura seria, aspetto per me fondamentale, e offre un clima rilassato. Per me è molto importante lavorare senza troppo stress, oltre a questo ho deciso per la BMC perché Piva, Bal­dato e gli altri tecnici hanno espresso la volontà di avermi con loro. L’anno prossimo il mio obiettivo sarà quello di lavorare per la squadra, sfruttando eventuali occasioni personali. Il team schierato sarà variabile, in qualche gara avrò spazio e in altre lavorerò per i capitani designati come ho sempre fatto. Il Tour de France di quest’anno mi ha fatto capire che mi piace correre così: quando ho un’occasione la colgo al volo, sia per la gloria personale che per far vincere un mio compagno. In entrambi i casi l’importante è “menare”».
Quanto ti dispiace per la chiusura della Cannondale?
«Ci sono stato solo due anni ma mi ad­dolora sapere che una storia così im­portante per il nostro movimento è de­stinata a concludersi. Le ultime stagioni con questa maglia per me sono state molto importanti, ho fatto un sal­to notevole, che mi ha permesso di met­termi in mostra sul palcoscenico più importante del ciclismo. Sarò sempre grato ai dirigenti e allo staff di questa squadra, sono consapevole che sarà difficile se non impossibile ritrovare un ambiente così familiare in qualsiasi al­tra formazione. La Cannondale è come un gruppo di vecchi amici che organizzano un’ottima squadra da oltre dieci anni filati. È un vero peccato che chiuda i battenti».
Di squadre italiane nel World Tour ri­marrà solo la Lampre Merida. La situazione non è così rosea.
«Dopo la vittoria di Nibali al Tour de France il movimento credo si sia rin­forzato. Alla Grande Boucle ci siamo fatti vedere in tanti, oltre a Vincenzo ha vinto una tappa Trentin e io insieme ad altri ci siamo messi in mostra a modo nostro. I risultati raccolti dimostrano che qualcosa di vivo c’è, il materiale non manca, abbiamo corridori affermati e tanti giovani dal sicuro av­venire, ma c’è un evidente problema del sistema. Spero che la maglia gialla di Vincenzo e la grande eco che ha avuto servano a far ripartire il movimento facendo riavvicinare al nostro sport gli sponsor, che sono la vera linfa delle squadre e delle corse. Sin­ce­ra­mente sarei il primo a rimanere in Ita­lia più che volentieri se ci fosse una so­luzione valida da prendere in considerazione ma ora come ora è impossibile. La vittoria del Tour di Nibali qualcosa di buono deve fare per il nostro ciclismo, più di così non so cosa potremmo fare noi corridori».
Come ti immagini nei prossimi anni?
«Mi piacerebbe affermarmi come un atleta che può essere impiegato in tanti ruoli, un corridore camaleonte. Non mi vedo con un ruolo fisso, spero la mia duttilità mi porti lontano poi vedremo la strada cosa mi offrirà. Negli ultimi quattro anni (è passato professionista nel 2011, ndr) ho sempre mosso un passettino in avanti, sono contento di questo trend positivo. L’anno prossimo mi piacerebbe ritornare al Giro d’I­ta­lia, a cui ho partecipato solo al mio pri­mo anno nella massima categoria. Quest’anno la corsa rosa passava giusto davanti a casa mia mentre io ero in Norvegia a gareggiare. Enzo Cainero, responsabile delle tappe friulane, me l’ha perdonata solo perché al Tour sono andato bene, mi sono salvato in corner con il numero rosso (ride, ndr). Il Tour è indescrivibile, non si può pa­ragonare a nulla però da italiano avverto il Giro come la “nostra” corsa, dopo due anni di Tour de France provo il desiderio di ritornare a disputare la cor­sa rosa. Spero il Friuli organizzi ancora una bella tappa, impazzirei di gioia a passare con il Giro d’Italia tra la mia gente».
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