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IL SITO DI RIFERIMENTO DEL CICLISMO ITALIANO
Numero 8 - Anno 2014
 
Matteo Trentin, l'habitué
di Giulia De Maio

Un centimetro e mezzo può cambiarti la vita? Forse no, ma la carriera sì. A Nancy Matteo Trentin ha battuto «di un copertoncino» Peter Sagan, conquistando il suo secondo successo al Tour de France alla seconda partecipazione. Primo a Lione nel 2013 al termine di una lunga fuga, nell’edizione 101 con un colpo di reni decisivo ha beffato il campione slovacco e gli altri velocisti ancora presenti nel finale della settima frazione della Grande Boucle.
Il 25enne trentino di Borgo Valsugana, sempre con il sorriso sulle labbra, ha tolto qualsiasi dubbio a chi poteva pensare che un anno fa era stato fortunato e ha lanciato un messaggio chiaro a Pa­trick Lefevere, team manager della Ome­ga Quick Step, e al Commissario Tecnico Davide Cassani. Senza sprecare il fiato in troppe parole, sta dimostrando a tutti a suon di risultati quanto vale e che, dopo aver imparato a correre alla corte di Boonen e Cavendish, è arrivato il suo turno.
Quanto vale questo centimetro e mezzo?
«Abbastanza per permettersi il lusso di alzare le braccia al cielo. In termini as­soluti è poco, ma sufficiente per aggiudicarsi la vittoria. Quando ho visto il fotofinish non ci credevo, è qualcosa di incredibile e fantastico. Il finale di tap­pa è stato pazzesco: dopo 234 km a 44 orari di media, Kwiato mi ha lanciato alla perfezione ai 270 metri e io ho fatto il resto, anticipando di un soffio Peter sulla linea».
A proposito, cosa ti ha detto Sagan?
«All’inizio pensavo mi avrebbe ucciso (ri­de, ndr). Assorbito lo smacco mi ha sem­plicemente fatto i complimenti. Alla fine, sai, noi corridori siamo tutti sulla stessa barca. Facciamo tutti la stessa fa­tica e quando perdi, anche da uno che ti può stare simpatico, non è piacevole».
La differenza tra questa volata e la vittoria di un anno fa?
«L’anno scorso non se l’aspettava nessuno e per me era tutto nuovo, dalle interviste dopo corsa al carosello gigante che sta dietro al Tour. Quest’anno invece sa­pevo cosa mi aspettava. Riconfermarsi era difficile. Battere gente come Sagan, Gerrans e gli altri presenti nel finale fa piacere, diciamo che a far la volata non c’erano Gianni e Pinotto (sorride, ndr). Questa vittoria ripaga tutto il lavoro fat­to prima del Tour e quello che si è sobbarcato la squadra in tutte le tappe. È la prova che se lavori bene, tieni duro e non molli i risultati arrivano».
Te l’aspettavi o eri partito da Leeds solo con l’idea di lavorare per Cavendish?
«La missione principale era quella, ma le tappe adatte agli sprinter come lui erano solo sei o sette: tolte le frazioni di mon­tagna troppo proibitive per me, ne rimaneva più di una adatta alle mie ca­ratteristiche, quindi un pensierino l’ho fatto fin dal via. Mark mi ha mandato una mail per farmi i complimenti, è contento per me, ma per lui vedere in tv il Tour non è per niente divertente. Nella prima tappa ha preso una brutta botta anche a livello morale, perché aveva incentrato tutta la stagione sulla Grande Boucle, a cui ha dovuto dire ad­dio fin dalla prima volata con la spalla lussata. Tornando a me, ci tenevo tanto a far bene anche nella tappa del pavè, dove alla fine sono andato benino ma non benissimo. Ad Arenberg sono ve­nu­ti a vedermi anche i miei genitori con alcuni amici e la mia fidanzata, con la quale da quasi un anno convivo a Pre­dazzo».
Due giorni più tardi hai regalato loro una bella gioia.
«Eh, sì. È stata una grande emozione per me e per chi mi sta vicino, in primis la mia famiglia: mamma Francesca, papà Alessandro e mio fratello Da­nie­le, che gareggia tra i dilettanti con la maglia della Mastromarco. Ho iniziato a correre in bici da giovanissimo nel ’96 con la maglia del Veloce Club Bor­go, la squadra del mio paese, di strada ormai ne ho fatta un po’ ma il bello sono convinto debba ancora venire. Un pensiero lo devo dedicare anche alla mia ragazza (Claudia Morandini, ex sciatrice professionista di buon livello, campionessa di slalom speciale nel 2002, che ora lavora come conduttrice sportiva, cono­sciuta a una partita di basket e che a dicembre lo renderà padre, ndr) che mi segue parecchio e ha trascorso con me i due mesi prima della Grande Boucle in California».
Cosa c’è dietro a questo successo?
«Tanto lavoro con il mio allenatore Tom Steels. L’inverno scorso, come sai, mi sono allenato oltre che su strada e in palestra, soprattutto tra pista e fan­go. Due volte alla settimana andavo a Mon­tichiari con il direttore sportivo Da­vide Bramati e i compagni italiani per fare dietro moto, cambi di ritmo, velocità, e un altro paio di volte uscivo con la bici da cross (in questa disciplina è stato campione italiano tra gli juniores nel 2007, ndr). Ho disputato anche qualche gara che per intensità è qualcosa a metà tra una cronometro e una corsa a punti, un’ora ne vale tre su strada. Devi avere una testa forte per sa­perti gestire, insomma aiuta per ri­manere concentrati durante il periodo di preparazione. Dopo le Classiche, a cui puntavo per la prima parte di stagione, sono volato in America. Mi sono concesso una settimana di vacanza do­po la Roubaix e a seguire ho ripreso ad allenarmi come si deve. Ho preso parte al Giro di California e poi per 17 giorni sono andato in altura al Lago Tahoe. Un posto bellissimo e con il clima ideale per pedalare: mentre a casa faceva brutto tempo lì uscivo alle 8 di mattina con 20° gradi a 1.800 metri. Ecco, tutto questo lavoro ha pagato».
Ora pretendi più spazio in squadra?
«Beh, non sta a me dire certe cose. Se il mio ruolo cambierà in qualche modo, considerato quanto ho dimostrato, devi chiederlo ai miei tecnici. Chiama il “Bra­ma” (sorride, ndr). Sulla carta la squadra non corre per me, ma se andrò forte lo spazio per mettermi in mostra in prima persona lo troverò, come accaduto quest’anno al Giro di Svizzera e proprio al Tour. Il bello di questo team e di questo sport è che ci si guadagna le proprie chance in corsa. Dipende sempre da come girano le gambe. Io personalmente sono felice di aver sfruttato appieno le poche occasioni che ho avuto finora. Tornando alle Classiche quest’anno sinceramente speravo di fare meglio in termini di risultati. Al Fiandre sono stato in fuga, una fuga che magari sarebbe potuta andare più lontano se le cose si fossero messe in maniera diversa, per il resto per un po’ di sfortuna e di altri fattori non sono andato come mi immaginavo. Nella se­conda parte al contrario sono andato for­te, centrando due vittorie in due belle corse, al Giro di Svizzera grazie a un super Tony Martin e al Tour. Dicia­mo che sono abbastanza soddisfatto, ma credo di potere e voglio raccogliere ancora qualcosa».
Sarai all’Omega Quick Step almeno per un altro anno, è corretto?
«Sì, ho ancora un altro anno da contratto. Per il futuro vedremo, io qui sto da dio. Non posso fare paragoni tra la scuola belga e quella italiana perché da quando pedalo nella massima categoria ho sempre corso all’estero, quel che è certo è che in questa squadra sto crescendo come avevo in mente. Anche per questo ho dedicato quest’ultima vittoria in particolare al team, ai compagni e allo staff. È stato un successo di squadra. Abbiamo iniziato il Tour con una lista di sfortune che sembrava lunga come quella della spesa. La caduta di Cavendish ci ha scombussolato i piani, ma grazie anche all’incoraggiamento dello stesso Mark non ci siamo persi d’animo e siamo riusciti a portare a casa dei bei successi con me e Tony Martin, oltre a una classifica discreta con Kwiatkowski. Dopo quella maledetta prima volata che ha messo out il nostro capitano ci siamo guardati negli occhi e ci siamo detti “noi siamo dei buoni corridori, siamo dei combattenti, dobbiamo lottare in ogni tappa, siamo qui per vincere”. L’abbiamo fatto».
Il tuo finale di stagione cosa prevede?
«In programma ho Eneco Tour, Amburgo, Plouay e poi la trasferta canadese per le due gare di WorldTour. Per quanto riguarda il Campionato del Mondo, al ritiro in Trentino prima dell’Italiano abbiamo visionato i dati raccolti dalle ricognizioni effettuate dal CT Cassani con alcuni azzurri e abbiamo appurato che il percorso è duro. Nella nostra nazionale ci sarà chi dovrà fare la corsa e chi dovrà sacrificarsi per le punte designate, non spetta a me fare i nomi. A Davide voglio solo dire che io ci sono: per dare una mano sono sempre disponibile, ho dimostrato che anche sui tracciati impegnativi sono un corridore affidabile. Cassani ha detto che punterà su giovani con le mie ca­rat­teristiche? Vedremo. Di certo a un mondiale non si può inventare nulla, per provare a vincerlo bisogna programmare l’avvicinamento come si deve. Se troverò il tempo tra una gara e l’altra mi piacerebbe andare a visionare di persona il tracciato di Ponferrada prima di settembre».
A differenza di altri tuoi coetanei, il ciclismo italiano non ti ha mai celebrato mol­to.
«È così da sempre, non mi interessa proprio per niente. Anche da dilettante era così, chiedevano: “Chi ha vinto?” Rispondevano: “Trentin”. “Ah, benon” e stop, ma non mi è mai pesato. Non faccio troppo caso a queste cose. Mi sono detto che si scrive e parla poco di me perché corro all’estero, se ci pensi in Italia prendo parte alla Milano-San­remo, alle Strade Bianche, alla Tirreno-Adriatico e al Giro se la squadra mi schiera. L’appassionato che si limita a leggere un quotidiano non troverà qua­si nulla su di me, ma non mi lamento».
Ho capito perché vinci al Tour: per finire sui giornali non hai altra scelta.
«Eh, guarda ci metterei la firma a vincere una tappa ogni anno (ride, ndr)».
Se ti dico che sono convinta che sarai il prossimo italiano a vincere una grande classica, cosa rispondi?
«Non lo so, vedremo. Il tempo ci dirà se hai ragione o meno».
Stai diventando troppo diplomatico.
«Beh, cosa avrei dovuto rispondere? Vinco mi? (qualche espressione in dialetto gli scappa spesso e volentieri, ndr). È chiaro che in mente ho questo obiettivo, amo la Roubaix, il Fiandre, la Sanremo e le corse del nord in genere, ma so che per aggiudicarmene una devo crescere ancora parecchio. Per giungere all’arrivo devo ma­turare ancora e riuscire a non sbagliare nulla, ov­via­mente intendo per arrivare all’arrivo davanti perché per arrivarci ci arrivo (sorride, ndr). C’è ancora tanto la­voro da fare ma la cosa non mi spaventa: pian pianino...».
Ti aspettavi di spegnere 25 candeline (ha compiuto gli anni il 2 agosto, ndr) con quattro vittorie tra cui due tappe al Tour nel tuo palmares?
«No, come bottino non è per niente ma­le. Sono contento, vinco poco ma bene. E ho dimostrato che quando mi viene dato un po’ di spazio se non vinco ci arrivo vicino. A me fa piacere, a livello personale, anche perché credo di poter crescere ancora nei prossimi anni. Programmi per il futuro? Finire questa benedetta università: sono iscritto alla Facoltà di Scienze Motorie a Verona da troppo tempo ormai. Ho finito gli esami all’inizio dell’anno, ora mi manca di scrivere la tesi ma quando ho tempo per farlo, secondo voi? Per il resto ovviamente voglio concentrarmi sulla bici, la carriera del ciclista è corta quindi bisogna darci dentro in questi anni. Sono uno che vive abbastanza alla giornata ma sto pensando anche a quando non correrò più. Ho visto che Viviani ha aperto un negozio di bici, altri corridori che hanno appeso la bici al chiodo hanno aperto un centro di preparazione... Non ho ancora le idee chiare su cosa voglio fare da grande, ma è arrivato il momento di rifletterci. Intanto però pedalo. Pensare e pedalare mi sembra un binomio perfetto».
Immaginati tra qualche anno: a quale corridore vorresti assomigliare?
«Non ho mai avuto un campione preferito al quale ispirarmi. So per certo che voglio raggiungere il meglio che posso. Se la mia carriera sarà quella di un gregario mi piacerebbe seguire le orme del Toso (Matteo Tosatto, ndr), che ha una grandissima esperienza e tutti lo vogliono in squadra con sè, Contador su tutti. Diventare un corridore così non sarebbe per niente male. Se invece riuscirò a dimostrarmi un corridore vincente, non ho troppe pretese o qualcuno da imitare nello specifico. Sarò Matteo Trentin e andrà già alla grande così».
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