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IL SITO DI RIFERIMENTO DEL CICLISMO ITALIANO
Numero 8 - Anno 2014
 
Bardet, il "bimbo" cresce
di giulia de Maio

Sembra un bambino, con quel viso imberbe e le gambette magre. A ve­derlo giù dalla bici non penseresti neanche che sia un corridore, ma vedendolo in azione capisci perché la Francia lo celebra come una promessa su cui scommettere a occhi chiusi. Romain Bardet, sesto nel Tour de France che ha incoronato Nibali, ha mostrato al mondo tutto il suo potenziale in salita e nelle corse a tappe. Il 23enne di Brioude nella Haute-Loire, centro sud della Francia, terra di pane e rugby, deve senz’altro crescere e maturare ancora molto ma con i suoi compagni della Ag2r ha già fatto ve­dere di che pasta è fatto.
L’avevamo scoperto alla Amstel Gold Race 2012, quando percorse più di 200 km di fuga prima di un ultima tirata ai piedi del Cau­berg per Rinaldo Nocentini e l’abbiamo ritrovato, con ancora più grinta e meno timori riverenziali, alla Grande Boucle 2014.
Vincent Lavenu, team manager della Ag2r, lo descrive come «serio, responsabile, disciplinato, attento e preciso», Matteo Montaguti, suo compagno di squadra, di lui dice che «ha una maturità fisica e mentale eccezionale». Dal canto suo Romain tiene i piedi per terra ma è consapevole di quanto vale tanto da affermare «Nibali è molto forte e lo ha dimostrato dominando il Tour, ma se io attacco e la squadra di Nibali viene a prendermi, qualcosa vorrà pur dire...». Eh, già.
Ha cominciato a correre a nove anni, è stato spinto dall’ex pro’ Charles Vallée che proteggeva la sua nidiata di bambini sulla strada e d’estate l’accompagnava in Bretagna per di­sputare qualche garetta: di giorno a correre, di notte tutti accampati in tenda. «Mi ricordo Armstrong imbattibile, ma quando ho sa­puto che cosa ci fosse dietro, ne sono rimasto disgustato. Se il ciclismo fosse ancora quello, non avrei mai potuto emergere».
Bardet ha studiato Diritto e ora frequente all’Università la Facoltà di Management. Nel­la vita di tutti i giorni è un ragazzo con la testa sulle spalle, in corsa segue l’istinto. Così spiega la sua filosofia: «Crescere e progredire, corsa dopo corsa, anno dopo anno. Una continua evoluzione. Questa volta sono arrivato sesto per una foratura che mi ha fatto perdere il quinto posto nella crono di Bergerac, la prossima dovrei scalare al quarto o terzo posto. Se invece retrocedessi per me sarebbe una delusione, forse una sconfitta, comunque un passo indietro».
Un anno fa finì il Tour al 15° posto e se in un giorno di ventagli non si fosse fermato a fare la pipì, a Parigi sarebbe stato fra i primi 10. Quest’anno i suoi obiettivi erano la ma­glia bianca e la top ten. «Non sono riuscito a vincere la classifica dei giovani, ma sono comunque soddisfatto. In Francia si parla solo della rivalità tra me e Thibaut (Pinot, ndr). Invece siamo amici, abbiamo corso in­sieme nelle nazionali giovanili e in corsa ci parliamo senza problemi. L’anno prossimo il mio obiettivo sarà il podio».
Ambizioso il pupo, che se vuole davvero so­gnare in grande deve migliorare a cronometro e lo sa. «Ho un recupero eccellente, il che è fondamentale per le corse a tappe. In salita attacco, in discesa non me la cavo ma­le, nella crono invece mi devo difendere. Degli uomini di classifica sono il peggiore, si è visto. Va detto però che prima di questo Tour in vita mia non avevo mai di­sputato una crono superiore ai 50 km».
Un passo alla volta. «In aprile per la prima volta nella mia vita ho fatto sei ore e 40 di bici con 4300 metri di dislivello. Andando avanti arriverò a sette ore e mezzo di montagna. Psicologicamente è importante sapere che ho ancora margini di miglioramento».
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